LUGLIO 2026
Parallelamente all’avvio del percorso che porterà alla redazione del Progetto Preliminare per il recupero dei rüdhù di Premiano, l’Associazione ha deciso di raccogliere informazioni, testimonianze, ricerche fin qui fatte in un documentario che verrà poi presentato e messo a disposizione di tutti.
Si tratterà del primo reportage storico sul lavoro nelle officine dell’Ottocento (e in parte anche del Novecento) in assenza di energia
elettrica. Anche questa è una sfida perché il materiale documentale è quasi inesistente e i testimoni diretti di quel periodo sono ormai venuti meno, purtroppo, per ragioni anagrafiche.
Il documentario si dividerà in quattro parti:
1. una parte introduttiva che presenta in sintesi il contesto della valle del Gobbia e in che misura ha condizionato il suo primo sviluppo
2. una parte specificamente tecnica nella quale si potrà entrare – virtualmente, si intende – in una delle officine che producevano con l’energia dei rüdhù: si tratterà di una ricostruzione virtuale di meccanismi, macchine, sistemi di trasmissione che rendevano operativa l’officina;
3. una parte dedicata al lavoro, cioè agli uomini, alle donne e sì, anche ai bambini, le cui fatiche erano l’altra faccia (talora preponderante) della capacità produttiva sviluppata dalle officine dell’epoca;
4. un’ultima parte in cui verranno date le indicazioni principali sulle modalità del recupero.
GIUGNO 2026
L’Associazione Ruote della Memoria, presentandosi ufficialmente, ha inviato una lettera, accompagnata dalla nuova brochure, a un primo gruppo di possibili sostenitori per valutare la concreta rispondenza del territorio. Nella lettera si invita a riscoprire le nostre radici che affondano in una storia secolare di fatica e di perfezionamento progressivo della capacità di produzione. Chi potrà contribuire sarà ovviamente più che benvenuto perché il progetto è interamente da finanziare e i tempi di realizzazione saranno ovviamente subordinati alla raccolta. L’Associazione conta sulla generosità di tutti e in particolare di quelli che maggiormente si riconoscono nella storia che il recupero dei rüdhù di Premiano vorrebbe riportare alla luce. Sarebbe bello che l’opera di recupero non sia l’iniziativa di una Associazione ma di una intera Comunità.

MAGGIO 2026
L’Associazione, dopo un primo anno passato a studiare i due siti da recuperare e a verificare le possibilità di recupero, ha predisposto una nuova brochure che racconta il percorso fatto finora, percorso che serve da premessa indispensabile per la campagna di sensibilizzazione che comincerà proprio nel mese di giugno e che, nei programmi, troverà il suo momento culminante nel prossimo autunno con un evento pubblico allo studio.
La brochure riassume per sommi capi i risultati emersi dalle indagini anche storiche e mostra i rilievi tecnici fatti sui siti. È uno strumento per un primo approccio al tema che perlopiù è sconosciuto e soprattutto alle generazioni più giovani. L’idea è, entro breve, di dotarsi anche di strumenti audiovisivi da pubblicare sul sito e da presentare anche nelle scuole perché il lavoro delle passate generazioni venga riscoperto e valorizzato come inizio di ciò che siamo diventati oggi.
APRILE 2026
Raggiunto il primo obiettivo, cioè accertare la possibilità di intervento e di recupero attraverso lo Studio di Fattibilità predisposto dall’Arch. Javier Atoche Intili, l’Associazione ha conferito allo stesso Architetto l’incarico di redigere il Progetto Preliminare di recupero.
Il Progetto Preliminare dovrà concretizzare le modalità dell’intervento tenendo conto che la ricostruzione degli edifici non è possibile perché si trovano sul greto del torrente. Sarà cioè possibile solo un recupero conservativo.
La sfida sarà dunque come fare raccontare al poco (o pochissimo) che è restato cosa fossero veramente le molte officine che funzionavano con le ruote idrauliche lungo i corsi d’acqua della valle. Importante quindi sarà la ricostruzione storica e tecnica del funzionamento dell’officina, a partire dal meccanismo di movimentazione dell’albero interno a cui erano fissate le pulegge su cui poi erano appoggiate le cinghie che trasmettevano il movimento alle rudimentali macchine di lavorazione (molatrici, torni, pulissoie), ma altrettanto importante sarà studiare come mettere a disposizione i risultati di questa ricerca a chi un domani visiterà il sito.
L’altro capitolo sarà senz’altro il recupero e la valorizzazione dei sentieri di accesso, ripidi e difficoltosi, ma indispensabili per approvvigionare di materiali le officine e per portare poi in paese i prodotti lavorati. I sentieri erano parte integrante del lavoro d’officina e oltre a essere percorsi di accesso dovranno evidenziare proprio questa loro appartenenza alle dinamiche produttive dell’epoca.


FEBBRAIO 2026
Il 2 febbraio 2026 l’architetto Javier Atoche Intili, a cui era stato conferito dall’Associazione l’incarico, ha consegnato lo studio di fattibilità del progetto per il recupero di entrambi i rüdhù.
L’unico intervento possibile è un restauro conservativo, perché la collocazione fisica (il letto del torrente Gobbia) e la normativa molto severa non consentono ricostruzioni.
I sentieri di accesso – quelli originari, riaperti provvisoriamente per consentire sopralluoghi e rilievi – saranno parte integrante del recupero sia per una questione di accessibilità, sia anche come aspetto essenziale delle condizioni di lavoro dell’epoca.
Lo studio di fattibilità ha comportato anche approfondite ricerche storiche che collocano la costruzione del rüdhù di Carlo Frascio dei Galei addirittura a metà del Settecento con attività fino alla prima metà degli anni Cinquanta del Novecento, impiegato dapprima per la lavorazione della maniglieria e successivamente per la produzione di pesi in ottone. Il mulino dei Ghidini Butì, risalente alla seconda metà dell’Ottocento, fu utilizzato invece per la produzione di materiale bellico durante la Prima guerra mondiale, proseguì la lavorazione dell’ottone fino alla prima metà degli anni Trenta, venne usato come rifugio durante la Seconda guerra mondiale e, nel secondo dopoguerra, come abitazione.
Nei sopralluoghi è stato trovato sulle due ruote anche il marchio della ditta produttrice, Fratelli Zanelli, attiva nella produzione di strutture in ferro e ghisa tra il 1890 e il 1911.
La prossima tappa sarà adesso la realizzazione del progetto preliminare per poter entrare nei dettagli del recupero e cercare fonti di finanziamento, perché l’opera di recupero comporterà una spesa di alcune centinaia di migliaia di euro.
DICEMBRE 2025
Dopo un accurato lavoro di mappatura e di ricostruzione, sono stati approntate le simulazioni tridimensionali dei due reperti.
Qui possono essere liberamente visionate e grazie alla grafica i due rüdhù possono essere esaminati da ogni angolatura e nel loro insieme.
Nonostante del fabbricato sia rimasto ben poco, la simulazione 3D può offrire un’idea di come doveva essere l’officina quando la grande ruota era in funzione: una piccola costruzione molto simile a una casa da abitare, con le postazioni per le macchine rudimentali che il rüdhù azionava, lo spazio per il preponderante lavoro manuale.
Dopo essere stati liberati e ripristinati, anche i ripidissimi sentieri di accesso sono stati rilevati e il loro percorso è stati ricostruito digitalmente. I sentieri fanno parte integrante dell’installazione produttiva, perché data la collocazione delle officinette, il materiale da lavorare doveva essere portato sul logo della lavorazione e il materiale lavorato doveva essere riportato in paese. Non era possibile l’uso di carri o animali perché i sentieri erano troppo stretti e troppo ripidi, quindi il duplice trasporto veniva fatto con gerle portate a spalle, soprattutto dalle donne, perché gli uomini erano impegnati in officina.
Fatiche diverse, ma immense, oggi difficilmente immaginabili.
Il rüdhù di Carlo Frascio dei Galéi
Il rüdhù dei Butì
LUGLIO 2025
Dopo diversi sopralluoghi, l’Associazione ha conferito formalmente all’Arch. Javier Atoche Intilli, specializzato nel recupero di fabbricati storici, l’incarico per la redazione di uno studio di fattibilità per il recupero dei due siti.
Non si tratta ancora di un progetto preliminare, ma serve a dare forma all’idea più adeguata fra le diverse opzioni possibili, con un primo abbozzo di quello che potrebbe essere il risultato finale, i passi necessari da fare per tutta la parte burocratica, una previsione di costi, una prospettiva anche di utilizzo e fruizione dei siti una volta recuperati.
Contestualmente sono stati effettuati i rilievi indispensabile per i calcoli e le bozze progettuali. Di particolare importanza sono risultati essere anche i sentieri di accesso alle due officine perché indispensabili sia a portarvi i pezzi da lavorare, sia poi a riportare in paese i pezzi lavorati.
La stesura dello studio di fattibilità occuperà alcuni mesi, poi verrà discussa e presentata per dare il via alla fase veramente operativa del progetto di recupero. Si conta comunque di chiudere questa fase preliminare entro la fine del 2025.
GIUGNO 2025
Viene liberato dalla folta vegetazione anche il secondò rüdhù, quello dei Frascio Galéi, circa cinquecento metri più a monte del rüdhù dei Ghidini Butì. Il fabbricato si trova sul fondovalle in corrispondenza dell’inizio dell’antica Via del Follo, che da Premiano procede in direzione est parallelamente al corso del torrente fino a un gruppo di fabbricati che un tempo erano pure piccole officine. Per raggiungere il rüdhù però, che si trova sulla riva sinistra del torrente, è necessario attraversare il corso d’acqua. L’antica officina è un po’ più grande di quella dei Ghidini Butì e come quella ha conservato integra la parete su cui è installata la grande ruota e poco altro. Si intravedono all’interno le postazioni in cui dovevano essere state collocate le rudimentali macchine.
La grande ruota è completamente libera, anche se bloccata da ruggine e detriti. In più rispetto alla ruota dei Ghidini Butì, è so-pravvissuto il grande ingranaggio interno collegato alla ruota che doveva azionare il sistema di trasmissione del moto agli alberi cui erano collegate le pulegge per muovere le macchine. L’ingranaggio, realizzato in ghisa, manca di una parte, ma conserva ancora alcuni denti che erano fatti in legno.
Anche per il rüdhù di Carlo Frascio dei Galéi è stato ripristinato il vecchio sentiero che dal principio della Via del Follo scendeva fino al tor-rente. Un po’ meno impervio dell’altro è però meno diretto, perché per raggiungere l’officinetta è necessario risalire il torrente per qualche decina di metri e attraversarlo.
APRILE 2025
Viene liberato dalla vegetazione e reso accessibile il rüdhù dei Ghidini Butì. L’officinetta si trova sul fondovalle in corrispondenza della zona produttiva di Cargne. Il fabbricato sorgeva sulla riva destra del torrente proprio ai piedi della ripidissima pendice montana. Ne rimangono tratti di mura perimetrali, peraltro molto deteriorate, mentre tutto il resto è crollato, compreso il tetto e la soletta che divideva la struttura in due piani. Nello spesso strato di detriti che ingombra il pavimento del fabbricato potrebbero esserci anche oggetti e testimonianze dell’epoca dell’utilizzo.
La parete rivolta verso il torrente è quella su cui è installato il rüdhù. Liberando il sito dalla vegetazione si è potuto vedere anche il tragitto del piccolo canale che prelevava l’acqua a monte per sversarla poi nelle tasche della grande ruota.
Per rendere accessibile il sito senza dover risalire il torrente, è anche stato ripristinato provvisoriamente il vecchio sentiero che dalla località Tripic (in fondo alla frazione di Premiano) scendeva sul fondovalle. La parte alta del sentiero non esiste più a causa della costruzione di un capannone e quindi l’imbocco e la prima parte del sentiero sono stati ricavati lungo il muro di sostegno del nuovo fabbricato – una ventina di metri. Poi il sentiero riprende la discesa, ripidissima, del vecchio percorso fino all’officinetta, a cui accede direttamente.
SETTEMBRE-OTTOBRE 2024
Il primo passo è stata la ricognizione dei due siti per verificare lo stato in cui si trovavano. Come si vede dalle foto, rimane poco dei fabbricati delle due officinette su cui sono installati le grandi ruote idrauliche (rüdhù), poco più che la parete su cui è collocata la ruota.
Quello che è rimasto tuttavia riesce comunque a dare un’idea non solo delle dimensioni, ma anche delle tecniche costruttive adottate. Benché sul fondo del torrente, i due siti si trovano proprio al piede della pendice montana che cade sul greto e quindi, col tempo e la fin dell’utilizzo, la vegetazione ha gradualmente coperto la struttura fatiscente. Le due grandi ruote conservano ancora integra la struttura portante in barre di ferro (è stato identificato anche il costruttore, la ditta Zanelli di Pontoglio), ma le tasche per il contenimento dell’acqua, in lamiera sottile, sono molto deteriorate dalla ruggine.
Inoltre la ruota più a valle si presenta per un terzo dell’altezza interrata e dovrà quindi essere liberata in modo da offrire la vista completa del manufatto.
27 GENNAIO 2025
Viene costituita presso il Notaio Rizzonelli di Brescia l’Associazione Ruote della Memoria, che già nella denominazione chiarisce la natura e lo scopo della sua costituzione. La finalità principale è il recupero alla fruizione della comunità delle due ultime ruote idrauliche rimaste nella valle del Gobbia che servivano a dare movimento alle rudimentalissime macchine delle officine dell’epoca. La generazione più anziana ricorda parecchie decine di queste ruote per lo più ormai dismesse a causa dell’arrivo dell’energia elettrica e della ricollocazione delle unità produttive più in alto, nel tessuto urbano del paese.
L’obiettivo primo dell’Associazione è quindi arrivare a un progetto di recupero del rüdhù dei Ghidini Butì, più a valle, e dei Frascio Galéi, più a monte, entrambi lungo il corso del torrente Gobbia all’altezza della frazione di Premiano.
Una volta chiarite modalità di recupero, tempi, costi e fruibilità, l’Associazione si impegnerà nella raccolta fondi, confidando sulla sensibilità dei Lumezzanesi verso questo capitolo così cruciale della loro storia. Il recupero avverrà in piena sintonia e coordina-zione anche con le istituzioni, a cominciare dal Comune di Lumezzane, in modo che l’opera dell’Associazione si concretizzi in un patrimonio storico e culturale per tutta la comunità locale.























