La stagione degli inizi
Il 1907 segna una data cruciale e simbolica: è l’anno in cui nella valle del Gobbia arriva l’elettricità. Da quella data, le officine cominceranno a trovare collocazione dappertutto e non saranno più vincolate alla presenza dell’acqua corrente (il torrente Gobbia e i suoi numerosi affluenti). L’elettricità è stata una premessa indispensabile per lo sviluppo produttivo di Lumezzane. La localizzazione delle officine lungo i corsi d’acqua non solo vincolava la produzione a un luogo ben specifico, ma condizionava anche il numero delle possibili installazioni produttive. Il cuore dell’officina che precede l’uso dell’energia elettrica è la grande ruota metallica a tasche azionata dall’acqua corrente. Nel dialetto di Lumezzane si dice rüdhù, che è l’accrescitivo di rödha, ma declinato al maschile come per suggerire l’idea forza. Le mappe catastali dell’Ottocento mostrano una cinquantina di officinette sparse lungo tutta la vallata divisa nei due Comuni di Sant’Apollonio e di Pieve di San Giovanni. Mentre a Pieve la tradizione dei metalli è secolare, a Sant’Apollonio si è affermata decisamente solo dopo la caduta della Repubblica Veneta, alla fine del Settecento. Prima, a Sant’Apollonio, si lavorava perlopiù la lana.

Cos'è il rüdhù
Si trattava di una grande struttura a ruota in ferro di alcuni metri di diametro (quelle sopravvissute misurano sei metri di diametro) sulla cui circonferenza erano installate tasche (sempre in ferro) che raccoglievano acqua. L’acqua non azionava la ruota con la forza della corrente, ma per caduta: le tasche, appesantite dall’acqua, tendevano a scendere, innescando il movimento della ruota.
Il rüdhù era collegato a un albero interno all’officina, direttamente o tramite ingranaggi, e il movimento della ruota, anche se lento, forniva una coppia molto alta e faceva quindi ruotare l’albero interno alla velocità necessaria per muovere efficacemente le macchine. Le macchine erano collegate poi all’albero interno tramite un sistema più o meno sofisticato di pulegge e di cinghie: la cinghia (hènta) collegava la puleggia fissata all’albero di trasmissione con la puleggia fissata alla macchina. L’acqua del torrente o del ruscello arrivava al rüdhù attraverso un piccolo canale che la intercettava l’acqua più a monte in modo che procedesse quasi piana fino ad arrivare sopra la grande ruota.
A quel punto, cadeva nelle tasche metalliche caricandole di peso e, spingendole verso il basso, imprimeva il movimento a tutta la struttura circolare. La presa indiretta sull’acqua consentiva due manovre fondamentali, daga aigua e töga aigua, cioè “dagli acqua” e “togli acqua”, con cui si metteva in moto o si arrestava la grande ruota.
Il meccanismo di trasmissione non aveva nessun sistema di sicurezza e nessuna protezione e richiedeva l’intervento dell’operaio ogni volta che per fosse necessario collegare o scollegare le macchine all’albero principale che non si fermava mai. Le cinghie, strisce di cuoio i cui pezzi erano uniti da graffe metalliche, venivano agganciate e sganciate a mano dalle pulegge usando semplicissime leve di ferro. Erano frequentemente soggette a rottura, un po’ per l’usura naturale un po’ per la sollecitazione durante le operazioni di aggancio e sgancio dalla puleggia. Non si contano i feriti e a volte anche i morti a causa di queste operazioni.
L’officina, all’interno, non differiva sostanzialmente per dimensioni da un’abitazione privata ed era normalmente affollata perché il lavoro era ancora prevalentemente manuale – alcune fasi del ciclo, come la fusione in terra, erano completamente manuali, le altre (tornitura, molatura, pulitura) avevano comunque un’incidenza molto alta di manualità. Erano ambienti quindi piccoli, dove i residui delle lavorazioni si accumulavano – specialmente quelli della smerigliatura e pulitura. Lo sviluppo delle officine mosse dai rüdhù, prevalentemente con annessa fonderia, avvenne con la diffusione sempre più massiccia dell’ottone e in generale dei metalli non ferrosi, in genere molto più facili da lavorare che non il ferro.

La situazione oggi
Le testimonianze di quella prima fase dello sviluppo di Lumezzane, nella seconda metà dell’Ottocento, si sono quasi tutte perdute nel corso della seconda fase dello sviluppo, quella che cominciò a metà del Novecento. Le priorità, dopo le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, erano altre. A parte la sensibilità in generale verso la storia e la cultura che all’epoca non era certo paragonabile a quella attuale, quel momento era per Lumezzane la grande occasione: c’era la possibilità finalmente del riscatto da una miseria e da una emarginazione secolari. Tutto ciò che poteva favorire lo sviluppo aveva priorità. L’espansione rapidissima del tessuto urbano proprio attraverso la nascita di imprese produttive richiedeva spazio e modernizzazione dell’esistente. Le grandi ruote motrici erano state sostituite dall’energia elettrica e furono smantellate. Le piccole fabbriche lasciarono il posto a strutture più moderne ed efficienti.

Delle officine che sorgevano lungo i corsi degli affluenti del Gobbia oggi ricoperti dal fitto tessuto urbano del paese, non è rimasta traccia. I corsi d’acqua, che tagliano trasversalmente la vallata, sono stati tutti intubati e interrati. L’abitato, poi, è disceso fino al corso del torrente e anche le officine che vi si trovavano sono state demolite o inglobate in strutture adeguate alle necessità dei tempi. Solo la parte più a monte di Lumezzane, all’altezza della contrada di Premiano, ha potuto conservare testimonianza del passato produttivo della valle. La ragione è semplicemente la difficilissima accessibilità dei siti produttivi sopravvissuti. Non c’è collegamento viario e la pendice montana lungo tutto quel tratto è una scarpata. Se queste testimonianze si sono salvate dalle urgenze dello sviluppo non si sono però salvate dalla decadenza e dal deterioramento dovuti all’abbandono.
I rüdhù di Premiano
Dei quarantasette censiti nella seconda metà dell’Ottocento, sono solo due i rüdhù sopravvissuti. Uno era dei Ghidini Butì e l’altro, più a monte, era di Carlo Frascio dei Galéi, famiglie entrambe di Premiano. Il rüdhù dei Ghidini Butì si trova sulla riva destra del corso del Gobbia, all’altezza della località Cargne. L’officinetta, un piccolo fabbricato su due piani a cui si accedeva da un ripidissimo sentiero di cui si conserva ancora la traccia sotto la vegetazione, era posto trasversalmente rispetto al corso del torrente e ormai è quasi totalmente crollato. Il rüdhù era installato sulla parete rivolta al torrente anche se era alimentato da un canale artificiale che prendeva l’acqua molte decine di metri più a monte. Di particolare interesse sono i resti del muro semicircolare costruito a protezione del rüdhù dalle piene del torrente probabilmente a evitare che i frequentissimi cambiamenti del corso d’acqua sul greto danneggiassero l’officinetta. La grande ruota di ferro ha sei metri di diametro e la ruggine ha molto deteriorato le tasche di raccolta dell’acqua, fatte di lamiera sottile. Per metà è interrato nei detriti accumulatisi in seguito al crollo del fabbricato. Dell’officinetta è rimasta la parete su cui è installato il rüdhù e la parte inferiore di quella contro la montagna. Fu costruita verso la fine dell’Ottocento e la ruota risale all’epoca della costruzione o appena dopo, non oltre i primissimi anni del Novecento. Fu realizzata dall’officina Fratelli Zanelli di Chiari, come appare da una scritta nella fusione del mozzo della ruota.

Il rüdhù di Carlo Frascio dei Galéi si trova a circa quattrocento metri più a monte, in corrispondenza di quella che era stata l’antica via del follo, appena fuori dall’abitato della contrada di Premiano in direzione del Passo del Cavallo. All’inizio della stradina, un sentiero ancora esistente nonostante la copertura della vegetazione, scendeva lungo la scarpata fino all’officina. I resti del fabbricato su cui ancora insiste la grande ruota idraulica si trovano sulla riva sinistra del torrente Gobbia. Da una serie di indagini, strutturali e documentali, è stato appurato che l’officina era costruita sopra il corso del torrente e sembra risalire alla seconda metà del Settecento. L’officina doveva essere insolitamente grande e sarà interessante scoprire l’esatto perimetro con il muro di sostegno anche sull’altro lato del torrente.
La grande ruota, quasi gemella per dimensioni e strutture di quella dei Butì, qui risulta completamente libera da detriti ma mostra anche in questo caso l’accentuato deterioramento soprattutto delle lastre di metallo delle tasche di raccolta dell’acqua. All’interno dell’officina si è parzialmente conservata anche una grande ruota dentata che muoveva l’albero di trasmissione. I denti di questa ruota sono in legno. Sulla parete della montagna a ridosso si può intravedere il percorso del canale in cui veniva convogliata l’acqua che azionava il rüdhù. Poco discosto dal fabbricato principale c’è un secondo fabbricato, ancora parzialmente conservato ma invaso dalla ghiaia portata dal torrente. Risale sicuramente a epoca più recente e doveva costituire una sorta di ampliamento della superficie produttiva.
